Le tombe dipinte della necropoli di Tarquinia: un patrimonio unico da tutelare

…di colpo ci affacciamo su uno dei paesaggi più straordinari che io abbia mai visto, … che campagna intatta e pura, nel verde splendente del grano di un mattino d’aprile! E che straordinaria ondulazione di colline! Sembra che qui del mondo moderno non ci sia niente… solo una specie di stupore dolce ed immobile, un grande spazio aperto, non ancora violato!
D.H. Lawrence, 1927

Le tombe dipinte
L’uso di decorare con pitture le camere sepolcrali è documentato in numerosi centri dell’Etruria, ma è solo a Tarquinia che il fenomeno assume dimensioni così ampie e continuate nel tempo; esso è infatti attestato dal VII al III secolo a.C., cioè per quasi tutta la durata della vita della città etrusca.
Le tombe dipinte costituiscono una minima parte (circa il 3%) dei sepolcri di Tarquinia: esse sono infatti espressione della classe aristocratica dell’epoca, che sola poteva permettersi il lusso di decorare i propri sepolcri. Le pitture delle tombe sono particolarmente significative perché costituiscono lo specchio fedele della vita e della morte degli Etruschi e della loro concezione dell’aldilà.
La serie straordinaria di tombe dipinte – ne conosciamo circa 200 – rappresenta il nucleo più prestigioso della necropoli che resta, per questo aspetto, la più importante del Mediterraneo. Gli ipogei dipinti sono quasi tutti localizzati nella vasta collina denominata appunto “i Monterozzi” dai caratteristici tumuli di terra che sormontavano le camere ipogeiche dipinte.




Le cause del degrado

E’ ormai accertato che il deterioramento delle pitture di Tarquinia è dovuto essenzialmente alle sensibili variazioni di temperatura e umidità che si verificano all’interno della tomba quando questa viene “visitata” dal pubblico. Gli effetti del brusco cambiamento del microclima interno alla camera dipinta si manifestano essenzialmente con fenomeni fisici o chimico-biologici a danno delle pitture.
Danni di origine chimico – fisica:

La differenza tra la temperatura dell’aria all’interno delle tombe e quella superficiale delle pareti dipinte facilita fenomeni di migrazione dell’acqua dal substrato roccioso verso la superficie dipinta e viceversa con movimenti dei sali solubili contenuti al suo interno i quali, dopo l’evaporazione dell’acqua, tendono a cristallizzarsi formando delle patine biancastre che velano i colori originali oppure, a seconda della grandezza dei cristalli, esercitano una spinta dall’interno verso la superficie dipinta, con conseguente sollevamento e relativa caduta della pellicola pittorica.

Danni di origine biologica:
Lo sviluppo di colonie o patine di microrganismi biodeteriogeni sulla superficie dipinta sono da attribuire alla presenza di streptomiceti, funghi, batteri e alghe. Il loro attecchimento genera alterazioni cromatiche sulla superficie.

Altro aspetto deleterio, sotto il profilo conservativo, è la presenza di insetti, lumache senza guscio e radici all’interno delle camere funerarie. Gli insetti a volte causano danni di tipo meccanico con la creazione di microgallerie al di sotto della pellicola pittorica, inoltre lasciano residui organici soprattutto le lumache, macchiando la superficie chiara.

Infine la penetrazione attraverso il terreno degli apparati radicali provenienti dalla vegetazione spontanea di superficie provoca, a causa della loro azione perforante e dell’elaborazione di essudati, la disgregazione sia dell’intonaco che della pellicola pittorica.
Danni di origine meccanica

Da non sottovalutare i danni di origine meccanica procurati dai visitatori che per decenni hanno usufruito delle tombe dipinte entrando all’interno della camera funeraria e magari – inavvertitamente – hanno toccato la superficie dipinta provocandone abrasioni e distacchi.
Gravissimi danni hanno poi causati i clandestini che hanno asportato vere e proprie parti, segandole, delle pareti dipinte.
Danni di origine meccanica provocano anche gli insetti che camminano sulle superfici dipinte.
Tutela e valorizzazione

“ le condizioni della terra e dell’aria, la frequentazione umana, le ingiurie dei ladri degradano e distruggono progressivamente questo patrimonio mal difendibile. In analogia a quanto è stato saggiamente attuato per le grotte preistoriche dipinte in Francia s’impone perciò ormai improcrastinabile la totale chiusura al pubblico dei sepolcri. Ogni ritardo in proposito sarebbe un delitto delle autorità responsabili contro quelle ricchezze d’arte del passato che esse sono tenute istituzionalmente a tutelare.”
Questa è la pessimistica diagnosi e la drastica terapia tracciate da Massimo Pallottino nel 1986 per lo straordinario complesso monumentale delle tombe dipinte di Tarquinia, a quei tempi non sembravano effettivamente praticabili soluzioni diverse se si voleva garantirne la conservazione per le generazioni future. Ma proprio negli anni in cui Massimo Pallottino lanciava l’allarme la Soprintendenza – consapevole delle proprie responsabilità istituzionali nei confronti non solo della comunità scientifica ma di tutto il mondo della cultura e dell’arte – aveva limitato drasticamente il numero dei sepolcri fruibili dal grande pubblico, impedendo inoltre l’accesso dei visitatori all’interno delle camere dipinte e mettendo a rotazione gli ipogei visitabili per garantire agli stessi adeguati periodi di “riposo”; questi provvedimenti, migliorativi ma non risolutivi, non sembravano comunque sufficienti ad evitare la definitiva chiusura dei monumenti e la fruizione per il futuro sembrava dovesse essere limitata alle sole tombe distaccate e musealizzate, mentre per i sepolcri conservati in situ era possibile prevedere solo “visite virtuali”.

Sempre in quegli anni la Soprintendenza, nel tentativo appunto di conciliare due esigenze apparentemente incompatibili, conservazione e fruizione, portava comunque avanti una serie di indagini, studi e sperimentazioni- in collaborazione con l’Istituto Centrale del Restauro di Roma (ICR) e con il Centro Cause di Deperimento e Conservazione delle Opere d’Arte del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)-circa l’esatta identificazione delle cause di degrado dei dipinti e la conseguente messa a punto di una strategia di interventi finalizzati alla conservazione in loco degli affreschi ed ad una loro possibile pubblica fruizione.
Accertato che il deterioramento delle pitture era dovuto essenzialmente alle variazioni di temperatura e umidità che si verificavano all’interno della camera dipinta nel momento in cui questa veniva visitata, sperimentò l’installazione di sistemi protettivi consistenti in barriere di vetro- opportunamente attrezzate per evitare fenomeni di condensa- in corrispondenza dell’ingresso della camera dipinta, le quali permettono una buona visione dell’interno della tomba e – isolandola – consentono nel contempo di mantenerne inalterate le condizioni microclimatiche .
Contestualmente alla chiusura dell’ipogeo dipinto si attivarono tutta una serie di ulteriori procedure: installazione di impianti di illuminazione a luce fredda per non alterare la temperatura interna della camera e con uno spettro luminoso tale che impedisse attacchi biologici da parte di funghi, batteri ed alghe ai danni della pellicola pittorica; disinfestazioni con prodotti biocidi per la devitalizzazione dei microrganismi biodeteriogeni; periodiche disinfestazioni contro la presenza di insetti; trattamento del terreno sovrastante la camera dipinta con diserbi chimici onde bloccare la crescita in profondità degli apparati radicali .
Verificata negli anni la validità delle soluzioni adottate si sta procedendo gradatamente ma costantemente ad attrezzare gli ipogei onde consentirne la fruizione e ad oggi, delle circa 70 tombe dipinte accessibili nella necropoli dei Monterozzi, ne sono aperte al pubblico 20 ed il parco degli ipogei visitabili è destinato ad aumentare gradatamente nel tempo.
Fattore indispensabile e prioritario per la conservazione ma anche per la fruizione sono ovviamente gli interventi di manutenzione sui dipinti a volte supportati dal consolidamento della parete rocciosa. Le attuali metodologie hanno dimostrato che non è più un’utopia bloccare il degrado della pellicola pittorica conservando in situ i dipinti, riportando in luce quel che rimane dell’originale vivezza dei colori e non alterando l’originalità delle pitture.
La Soprintendenza conduce, ormai da più di un ventennio, annuali campagne di restauro dei sepolcri dipinti tarquiniesi e contemporaneamente si adopera ad attrezzare le tombe per la fruizione pubblica ma i fondi a disposizione sono del tutto insufficienti per far fronte alle complesse esigenze di tutela e conservazione in tempi accettabili e consoni ad un “bene dell’Umanità”; infatti è indispensabile provvedere periodicamente anche e soprattutto alla manutenzione di tutte le tombe: all’eliminazione delle radici, ai consolidamenti più urgenti, al restauro degli avancorpi di protezione, al controllo e alla sistemazione delle pendenze del terreno e degli scoli dell’acqua delle aree soprastanti gli ipogei etc. A causa delle stagioni invernali sempre ormai più piovose le camere dipinte sono soggette ad un progressivo e sempre più consistente deterioramento.
Interventi di manutenzione ordinaria annuale necessari:
- Diserbi e disinfestazioni;
- Revisione e manutenzione degli avancorpi di protezione delle tombe dipinte: le cosiddette “casette”;
- Sfalcio e manutenzione del verde;
- Revisione recinzioni lignee delle aree di rispetto degli ipogei;
- Revisione e manutenzione impianto elettrico;
- Revisione barriere trasparenti già installate;
- Ispezione e manutenzione delle superfici dipinte con pronti interventi.
